| L'angolo dell'emigrante |
| LA BACHECA VIRTUALE DEDICATA AI RICORDI DEI LUZZESI NEL MONDO |
Questo spazio, parafrasando le parole di uno dei tanti emigranti luzzesi, è dedicato ad ogni persona originaria di Luzzi in cui potrà dire la “sua” con delicatezza e rispetto su di un luogo che sicuramente gli appartiene, riuscendo così a coniugare in modo indelebile un passato e un presente di codesto paese calabrese nella memoria recente o remota di coloro che, per vari motivi, hanno dovuto lasciare il territorio di origine e vivono altrove.
Si potranno così inviare foto, riflessioni, ricordi ed anche malinconie, da far conoscere e condividere con tutti i luzzesi sparsi per il mondo e non, grazie a questa sezione del portale.
Inviate i vostri ricordi fatti sia di testi che di foto a Luzzi Portal. |
TRA SOGNI E RICORDI Ossia l'epopea romantica dei ricordi che appartengono ormai ad un tempo passato
di Francesco Dima
Di tanto intanto faccio ritorno nei luoghi, dove sono riposti i miei affetti e forse anche i miei sentimenti nascosti. Stavolta però mi sembra del tutto diverso... questo lembo di mondo una volta custode dei miei entusiasmi giovanili, ora tomba delle mie malinconie! Difatti mi sembra di tornare e di vagare, perdendo l'anima in emozioni infantili ed eccitazioni adolescenziali. Ripercorro, come sempre, i vicoli allora stracolmi di vita e di speranza, ora maledettamente tristi e deserti, vivacizzati qua e là dal miagolare di qualche gatto ramingo e randagio. Non incontro nessuno... e non c'è nulla! Solo muri scrostati dal tempo e dalla miseria, e un'angosciante solitudine che pervade l'aria di un mondo ormai finito. E fanno male anche i ricordi, che riaffiorano alla mente tumida di sensazioni, che imperlano di liquida commozione gli occhi. Quanta gente c'era una volta nei bassi e nelle case di questo rione, dove abitano ancora i miei genitori! Anche Bruno non c'è più... portando con sé parte di noi. E non ci sono nemmeno bambini... loro caldi e pieni di speranza come l'alba della vita. Gli unici bambini sono Fausto e Samantha, i figli di Loredana. Poi, se volgo lo sguardo verso le Pigne... allora la tristezza mi attanaglia ancora di più: non posso dimenticare il luogo dove, bambino, raccoglievo il muschio per il presepe e verso il quale scorazzavo i miei orizzonti nei lontani pomeriggi autunnali, intento a studiare il greco e il latino. Non c'è proprio nessuno! Forse per questo le sere di natale non somigliano più a quelle della mia infanzia. Allora le porte si aprivano e non si chiudevano... il rumore della gente che passava... il vociare dei bambini... i profumi dei broccoli cotti sulla brace o del baccalà fritto... il fumo dei camini che rendeva l'atmosfera ancora più calda... l'incantesimo del presepe... il rintocco delle campane dell'Immacolata per la messa di mezzanotte... le tavole al completo di papà tornati per l'occasione da Francoforte o da Monaco di Baviera. Il nostro mondo era questo... pieno di poche cose e forse di felicità! Come la sera della Befana... quando si aspettava con ansia spasmodica l'arrivo di quella vecchietta senza età in una notte magica, in cui si credeva alle favole del vino, dell'olio o degli animali parlanti. Sembrava tutto irreale nell'innocenza di un'infanzia senza tesori e senza ricchezze. L'unica ricchezza era costituita da quelle valigie nostalgiche che andavano e tornavano, come un ritornello, da e per Raunheim allora tanto lontana e per noi ancora incomprensibile. Si sognava... nelle calde sere d'estate... sul lastrico delle pietre ancora bollenti... mentre da Serra Civita arrivava un cupo latrar di cagne fameliche o un lontano nitrir di cavalli. Ed io, chierichetto nella Chiesa di Sant'Angelo (pure questa dimenticata da Dio e dall'uomo), mi recavo, con l'incenziere, tra una casa e l'altra a trovare fuoco presso quei camini dalle fiamme infernali oppure nascoste da una cenere grigia e moribonda. Li ricordo tutti quei visi... e mi prende la malinconia! In seguito non li ho visti più... forse se ne sono andati via quasi tutti... e oggi li rivedo intatti su quelle fotografie senza tempo, dal sorriso amaro, nel luogo dove il dolore ti consuma e ti fa piangere. E proprio lì dentro frugo emozioni e sentimenti che non servono per niente a guarire le mie nostalgie. E a Maspalomas di Gran Canaria, sede delle mie vacanze invernali, mi è giunta notizia che, quando tornerò a fine anno, non troverò più Emma, anche lei un pezzo importante nel mosaico dei miei ricordi, da tempo non abitante più in quella zona. I rumori e le luci di quell'angolo di mondo quella sera non bastarono a spolverare dal mio animo errante e toccato una patina di tristezza e di oblio... Forse Concetta avrebbe fatto meglio a farle finire la sua vecchiaia, insieme con Umberto, in quella casetta accanto alla nostra, invece di portarla lassù, in cima a quel colle lontano. Per questo ormai non si annusa più da quelle parti il profumo dei sughi di festa o dei taralli pasquali. Che peccato! Poi, salendo verso la piazza... non troverò più cumpari Micuzzu tagliarsi la barba, fuori l'uscio di casa, nelle gelide mattine invernali... anche lui è andato via con la sua grande dignità e la sua saggezza. Ma quanti non ne vedo ormai più! Qualcuno lo ricordo... altri no... Non posso non ricordare Totonno, cantore della musica popolare e delle serenate ormai sparite, con il suo mulo e i fedeli cagnolini, avviarsi rumoroso verso Marinova. Comunque, nonostante tutto, vi farò ritorno ancora... magari con i capelli sempre più tinti d'argento dal tempo e con gli occhi sempre più verdi del sognatore. |
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SABATO DI PRIMAVERA Cioè un compendio di sacro e di profano nello scenario di una terra che sento ancora mia
di Francesco Dima
Ho lasciato Roma nel primo mattino del venerdì di una settimana santa ricca di ricordi persi ormai nel tempo. Perciò non ho avuto modo di essere presente alla Via Crucis al Colosseo, dove ognuno, a modo suo, riesce ad assaporare sentimenti ed emozioni universali in un turbinio mescolato di lingue e idiomi provenienti da ogni parte della terra e con lo sguardo, estasiato, rivolto verso quella figura bianca dominante lo scenario storico di una Roma imperiale, che tutto il mondo ci invidia. E purtroppo anche stasera diserterò la veglia pasquale nella Basilica di San Pietro, dove il vecchio e malato papa polacco capitanerà, spesso con notevoli sforzi, una cerimonia a dir poco entusiasmante e coinvolgente. Ebbene... ho fatto ritorno nella mia terra, dove le tradizioni e i riti della settimana santa riescono a trascinare anche le coscienze più incallite, risvegliando sensazioni ataviche e infantili. Questo sabato santo dell'anno 2003, stamattina, ha un risveglio particolare... al di là di quelle colline verdi e immobili accenna ad affacciarsi un tiepido sole, mentre l'odore acre del fumo, proveniente da un camino di una delle tantissime case di questo centro storico meraviglioso, riporta la mente ai mattini dello stesso giorno della fanciullezza ormai lontana. Allora tutto era dominato da entusiasmi sinceri e innocenti di un'età che, ahimè, resta nei ricordi... oggi, invece, un velo di malinconia appanna e arrugginisce l'anima, ma è meglio non perdersi nelle nostalgie già adesso... certamente non mancheranno i pretesti durante la processione. A questo punto bisogna fare in fretta... fra non molto si comincia ed io sono ancora dentro casa a trastullarmi tra elucubrazioni passate e illusioni mattutine. Difatti tutto è pronto ormai nella vetusta chiesa dell'Immacolata... gruppi di sbarbati giovincelli in tunica bianca scalpitano nelle prime posizioni per incollarsi statue lignee pesanti e senza tempo... delle vispe ragazzotte rubiconde o esili per scelta, tutte con il corpo fasciato da “fratini” di color rosso o celeste, si accordano diligentemente intorno ad un Cristo morto coperto di veli... mentre sotto la magnifica statua dell'Addolorata un nutrito manipolo di trentenni, quarantenni e giù di lì, rigorosamente anche loro in tunica bianca e con una corona di spine sul capo, avrà l'onore di portare per le vie di questo paese calabrese il simbolo centrale della Passione di Cristo... tra questi scorgo la sagoma abbondante di un Nunzio Sammarro sempre presente e generosamente partecipe. Nel frattempo l'orologio del campanile di San Giuseppe scandisce le ore otto e un quarto e così don Franco Fiore suggerisce, per i pochi presenti in chiesa, mentre tanti altri sono già fuori sul sagrato e aspettano con ansia, gli ultimi consigli per “fare una buona e devota processione”: possibilmente seguire in silenzio, evitare di fare spuntini vari e di fermarsi di qua e di là per bere un bicchiere. Finalmente si parte... tutti in fila e con la ben collaudata Banda musicale, magnificamente diretta dal maestro Pepe, che si esibisce con un ritmo strettamente in linea con l'evento del giorno. Ognuno cerca la posizione migliore, mentre proprio davanti l'Addolorata vedo il vecchio mio padre, anche lui in tunica bianca, portare una croce, il cui peso dividerà durante il percorso con Biagio Durante, nel segno di un voto antico o recente, ma a me sconosciuto. In un baleno si lascia il Timpone e si arriva al Casalicchio... il cammino inizia la salita, ma non molla nessuno, siamo appena agli inizi... anzi, noto che più in là un gruppetto di “pie donne”, devotamente scalze, con voce sana e decisa recita un rosario dalle litanie mai ascoltate. La cava dei cappuccini non sembra poi così faticosa da scalare... e tra un canto e l'altro il sagrato antistante la chiesa di Sant'Antonio ci accoglie per prendere fiato, mentre le ugole robuste e ipertrofiche di giovani signore, dalla faccia molto familiare, strillano con tono superbo “qual di donna che piange il marito”. Dopodiché ci si immette sulla strada della Sila... un verde esplosivo copre le colline adiacenti... e finalmente si riesce a scorgere la testa di questo serpentone umano in fila con una croce, sorretta devotamente da un uomo in tunica bianca che fa da battistrada. Di tanto intanto il rumore strozzato e antico di una piccola toccara rompe il silenzio in una dimensione quasi surreale, mentre uno sparuto nugolo di vigili urbani cerca di contenere il flusso, in modo da non sconvolgere più di tanto il traffico automobilistico. Che malinconia... fra loro manca, e per il secondo anno ormai, la presenza e la frenetica dedizione dello sfortunato Franco Molinaro, ancora in attesa di chissà quale miracolo medico o divino. Nel frattempo le note dolenti degli strumenti musicali e i canti di rito di voci, che si perdono nel tepore di questo mattino d'aprile, ci accompagnano tra i tornanti che sfociano nei pressi della restaurata chiesa di San Francesco, dove ormai un mare di gente si accoda a una processione da non dimenticare. Sì, perché questa del sabato santo è la processione dove nessuno vuole mancare e dove ognuno, ricomponendo i cocci dei propri ricordi, ritrova pezzi di vita passata e ai quali rimane saldamente aggrappato anche se si vive a Roma, Genova, Johannesburg, Rio de Janeiro, Francoforte sul Meno o Monaco di Baviera. Personalmente posso dire di aver partecipato a processioni indimenticabili in Spagna e in Portogallo, ma questa di Luzzi ha un sapore diverso, forte, senz'altro ancestrale... nemmeno la Via Crucis al Colosseo o le cerimonie pasquali in San Pietro riescono a proiettarmi emozioni ancora più toccanti. Cerchiamo di nascondere, per timidezza, codesti sentimenti affogati e con un nodo alla gola si prosegue il cammino; si arriva così al Pietrarizzo, dove il fiume umano raggiunge la sua massima dimensione e un sole, già abbastanza alto, riscalda e fa da cornice a questo scenario d'altri tempi. I musici della Banda sono lontani, ma le melodie, cantate e spesso sussurrate da queste imperterrite e instancabili donne, risuonano sempre martellanti e magnifiche, facendo da colonna sonora ad un film che puntualmente viene girato ogni anno e che non ha bisogno né di regista e né di scenografo. Quanti volti conosciuti e senza nome... non ci si vede da decenni! Mia sorella me ne indica uno in particolare, ma per me è difficile pescare tra i ricordi di un passato molto remoto: le linee dolci e sorridenti degli zigomi appartengono a Silvia Palermo, sempre affascinante e per niente toccata dal tempo, che non incontravo da circa quarant'anni. E in questa atmosfera, a tratti un po' salottiera e poco religiosa, arriviamo alle Conche... superiamo l'antica piazza, quindi intraprendiamo lo slalom tra le strette viuzze del Rummanco, la discesa verso via Roma, fino ad arrivare alle prime case di un Pedale laborioso e pur sempre intrigante nel dedalo di vicoli, che non hanno nulla da invidiare a quelli più rinomati e turistici delle medine di Marrakesh o di Fez. A questo punto cominciamo a godere dei profumi provenienti dalle pentole già sui fornelli... e ci accorgiamo di aver raggiunto la Pietra Piatta, caratterizzata da stradine e strettoie impervie, anche queste testimonianza assoluta di un centro storico magico, ma, ahimè, in certe zone abbandonato, dimenticato e per certi versi degradato. Ora non ci resta che affrontare l'ultima asperità... la chiesa dell'Immacolata è lassù... la processione pian piano sta per concludere e tutti aspettano l'ingresso dell'Addolorata che, come di consueto, viene accolta nella sua dimora in un tripudio generale. Le lancette dell'orologio hanno da poco superato le ore undici... la chiesa ormai è stracolma... entrano anche coloro i quali stavano in coda... molti sono i volti che hanno una lacrima da offrire al silenzio... la commozione pervade per un attimo l'animo di ognuno... ma ormai tutto è finito e così si fa ritorno a casa con il proposito e l'augurio di rinnovare la presenza anche per l'anno che verrà, con nell'animo e negli occhi un mattino da non dimenticare. |
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